Sotto il profilo della finanza, è necessario che si attui una nuova linea di pensiero che sposi l’idea di dotare le imprese di risorse senza obbligo di restituzione. La liquidità vera è solo quella che deriva da forme di apporto a titolo di equity.

L’emergenza coronavirus ha generato, tra i tanti effetti, una profonda crisi, sia finanziaria che economica, per la quasi totalità delle imprese italiane.

Crisi tanto repentina quanto profonda da cui, purtroppo, molte di esse non riusciranno a sollevarsi.

La gravità del problema economico è stata, ovviamente, percepita anche dal Governo, che per farvi fronte – a parte le complicatissime trattative inerenti al rapporto con l’Unione Europea – ha dato luogo a due decreti legge. Il primo, noto come “Cura Italia”, ha disciplinato alcuni interventi sulle scadenze fiscali e sulla CIG in deroga e il secondo, noto come “Liquidità” ha previsto importanti misure a supporto delle imprese, rappresentate da finanziamenti garantiti da SACE (art.1) e dal Fondo di Garanzia PMI (art.13).

La soluzione scelta per dare respiro alle imprese, quindi, si è basata essenzialmente sul debito. Garantito dallo Stato certo, a condizioni agevolate sicuramente, ma sempre finanza che va poi restituita, e questa “condizionalità” per imprese in crisi, non appare trascurabile.

A ciò va aggiunto il fatto che un lessico legislativo non da Paese OCSE (commi lunghi più di 10 righi sono commi sbagliati) e la solita odiosa burocrazia stanno rendendo ad oggi queste erogazioni – pur a debito – estremamente laboriose.

Come pure, non può sottacersi che sembra mancare del tutto l’utilizzo della leva fiscale, quale strumento di supporto della ripresa dell’economia.

In buona sostanza, al di là dei lodevoli sforzi del Legislatore, l’insieme degli strumenti al momento non appare completo, né particolarmente efficace.

Occorre altro.

Sotto il profilo della finanza, è necessario che si attui una nuova linea di pensiero che sposi l’idea di dotare le imprese di risorse senza obbligo di restituzione e su questa posizione sono già la Banca d’Italia, l’Assonime con il documento 8/2020 e più di recente, pare, anche lo stesso Ministro per lo Sviluppo Economico.

Il debito da solo non è in grado di risollevare le aziende in crisi di liquidità e di mercato, perché il debito bisogna restituirlo e la liquidità vera è solo quella che deriva da forme di apporto a titolo di equity.

Solo così si contribuisce al riequilibrio finanziario complessivo dell’impresa e l’iniezione di denaro deve essere tale da consentire la produzione di beni e servizi e la copertura dei costi fissi fino alla fase di incasso dei crediti maturati.

Una volta assunta la consapevolezza che il debito non è sufficiente, non serve nemmeno stravolgere l’architettura normativa del decreto Liquidità, ma occorre semplicemente prevedere che i finanziamenti bancari erogati alle imprese con garanzie SACE e Fondo PMI, possano essere trasformati in strumenti finanziari partecipativi (SFP). In equity appunto, da far cedere dalle banche ad una o più società veicolo sotto il controllo della Cassa Depositi e Prestiti.

Queste società veicolo pubbliche potrebbero essere create per filiera produttiva, per area geografica o per dimensione delle imprese partecipate, tenendo conto quindi delle fattispecie e delle particolarità produttive o di area, con massima flessibilità e semplicità di aggregazione e valutazione.

Così operando, lo Stato stesso, lungi dal reinventare tante piccole IRI (fenomeno scongiurabile proprio perché gli SFP non darebbero diritto di voto e non avrebbero alcuna quota del capitale sociale) potrebbe averne persino profitto, cedendo (in tutto o in parte) le società veicolo a grandi investitori istituzionali e destinando il prezzo (con le eventuali plusvalenze figlie del ragionevole recupero di valore delle imprese) al servizio del debito pubblico emesso a fronte degli SFP.

Dal lato delle imprese, questo strumento darebbe maggiore flessibilità finanziaria rispetto al debito, in quanto il rimborso degli SFP potrebbe avvenire coi dividendi, con mezzi dei soci o di nuovi investitori, o col riacquisto. Non solo, ma ulteriore effetto positivo sarebbe il miglioramento della PFN che genera automaticamente un incremento di valore delle aziende e della loro competitività.

Per le Banche il vantaggio sarebbe significativo perché esse potrebbero cancellare dai bilanci i crediti erogati ex Covid, con conseguente annullamento rischi insolvenza (sulla quota a loro rischio), così da liberare plafond di fidi per altri interventi.

Infine, la durata degli SFP dovrebbe essere almeno decennale, per consentire un arco di tempo ragionevole agli imprenditori per riprendersi dalla crisi e decidere – in piena autonomia – quale soluzione adottare per rimborsarli (aspetto fondamentale).

Per le “microimprese”, si può discutere su uno strumento diverso, poiché esse non sono adatte a ricevere queste forme di supporto finanziario, e uno di questi potrebbe essere il contributo a fondo perduto, che tuttavia dovrebbe avere due essenziali requisiti: neutralità ai fini IRES/IRPEF e IRAP e nessun suo utilizzo per distribuire utili o aumentare il capitale sociale.

Per quanto riguarda la leva fiscale, la premessa duplice è che non si può dare finanza alle imprese se queste poi la devono riversare allo Stato per pagare le imposte e che bisogna reindirizzare tali risorse alla ripartenza industriale, intesa in senso lato.

Per raggiungere questi obiettivi, è necessario che si prendano con urgenza specifici provvedimenti strutturali che alleggeriscano il prelievo fiscale. Tra questi:

  • esenzione IVA per le spese sostenute per la riapertura: non solo quelle relative ai dispositivi personali (mascherine, guanti, ecc.) ma soprattutto tutte quelle altre spese comunque necessarie (acquisti di attrezzature, opere murarie, formazione, consulenze tecniche e così via);
  • sterilizzazione del meccanismo di calcolo della deduzione degli interessi passivi (ROL) e del regime delle società di comodo almeno per il 2020 e 2021, così da evitare di pagare tasse per EBITDA insufficienti dovuti alla crisi;
  • raddoppio della deduzione fiscale degli accantonamenti al fondo svalutazione crediti, per accrescere il plafond di garanzia fiscale contro gli insoluti futuri;
  • ulteriore deduzione forfettaria di una percentuale delle spese generali sino al 31.12.2020, per ridurre l’impatto finanziario di spese sostenute a fabbriche chiuse;
  • rafforzamento significativo dell’ACE, per favorire apporti di capitale degli imprenditori;
  • esenzioni da IRES e IRAP di 5 anni per i nuovi insediamenti industriali o per ricollocazione in Italia di stabilimenti esteri;
  • credito d’imposta per nuovi investimenti, per stimolare la ricrescita della produzione;
  • per i gruppi, disattivazione delle norme che impediscono l’utilizzo infragruppo di perdite fiscali o crediti IVA, maturati precedentemente alle procedure di consolidamento, così da aumentare la liquidità complessiva.

Da qualche parte si è anche palesata l’opportunità di una nuova pace fiscale, di incerto perimetro al momento. Tralasciando ogni tema etico, questa non pare, in verità, una strada perseguibile, anche perché non potrebbe mai riguardare l’IVA che è imposta comunitaria e tale circostanza renderebbe lo strumento molto più complicato e poco appealing.

In questo ambito, potrebbe semmai essere esplorata solo la misura dell’emersione del contante, sia in Italia che all’estero, ma credo che, giustamente anche, non vi siano le condizioni politiche per adottarla.

Alla fine di questa lunga carrellata di possibili proposte, vale sempre la pena ricordare comunque, che la migliore soluzione non è quella che viene pensata, ma quella che effettivamente riesce ad essere realizzata.

L’articolo Non si vive di solo debito proviene da Costozero, magazine di economia, finanza, politica imprenditoriale e tempo libero – Confindustria Salerno.