L’andamento dei mutui ci racconta più del semplice incontro tra domanda e offerta. È per certi versi lo specchio macroeconomico di un Paese. Il tasso applicato sui prestiti per la casa è la sintesi perfetta di più informazioni: grado di apertura del credito da parte del sistema bancario, tasso di inflazione, costo del denaro all’ingrosso stabilito dalla Banca centrale, percezione del livello di rischio degli investitori su un Paese.

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Ecco perché mettere in confronto i tassi applicati sui mutui in aree economiche differenti può essere un esercizio utile. Ad esempio – come emerge da un’analisi di Mutui.it e Facile.it sulle offerte di prestiti ipotecari in 14 Paesi – si scopre che, a parità di valuta (euro) e politica monetaria (le decisioni sui tassi della Banca centrale europea valgono per tutti i 19 Paesi che condividono l’euro come moneta) i tassi possono ballare sensibilmente.

In Grecia oggi un mutuo a tasso fisso costa il 5,5% e il variabile il 3,62% (esempio di mutuo 120mila euro su un valore dell’immobile di 180mila, quindi con un loan to value del 66%). Molto di più rispetto ai tassi italiani (circa 2% e 1%). In Germania il fisso costa ancora meno (1,7%) che in Francia (1,87%).

È quindi evidente che le banche greche sono “costrette” a praticare tassi di interesse più alti perché per loro, esprimendo un rischio-Paese più alto, acquistare il denaro all’ingrosso è più costoso rispetto alle banche tedesche.

Una differenza che ha portato prima dello scoppio della crisi europea del 2008-2010 all’ingordigia di prestiti praticati da banche tedesche e francesi in Grecia e, più in generale, nei Paesi della periferia dell’Eurozona. Perché per i Paesi “core” prestare nella “periferia” risultava molto più conveniente rispetto ai prestiti interni (in Germania e Francia) dove i margini da interessi erano (e sono tutt’ora) più risicati.

Oggi queste differenze di tassi si sono ridotte ma, come dimostra l’eclatante esempio della Grecia, persistono. Sempre in ambito Eurozona, in Spagna (fra 1,85% e 2,10% se fisso; fra 0,80% ed 1,20% se a tasso variabile) i mutui sono leggermente più convenienti rispetto all’Italia.

Il discorso cambia – ed è logico che sia così – se il Paese utilizza una valuta diversa e quindi è soggetto all’operato in sovranità monetaria di un’altra banca centrale. Nel Regno Unito (sterlina e Bank of England) il fisso costa il 4,2% il variabile il 3,3%. Ma questo perché i tassi di riferimento – proprio in ragione di quanto scritto sopra – sono differenti. Così come l’inflazione. A settembre l’indice dei prezzi al consumo nel Regno Unito ha sfiorato il 3% a fronte dell’1,5% dell’Eurozona. È quindi più che normale che i tassi nominali nel Regno Unito siano più alti, dal momento che i tassi reali (che si ottengono sottraendo l’inflazione ai tassi nominali) invece si assomigliano.

Più ci allontana più la macro (tassi della Banca centrale e inflazione) e il rischio -Paese fanno la differenza, portando i tassi dei mutui su livelli che in Italia appartengono ai ricordi degli anni ’80.

In Russia chi sottoscrive un mutuo a tasso fisso ha un indice del 12,5%, in Uganda il variabile arriva al 20% e in Nigeria il fisso addirittura al 23%. Paese che vai mutuo che trovi.

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